Un tavolo a cui non aveva più senso restare
La trattativa per il contratto d’ateneo dovrebbe rappresentare un’occasione per migliorare le condizioni di lavoro sotto molti aspetti: il salario, l’orario, la formazione, la mobilità, ecc.
Il punto di partenza, che abbiamo voluto manifestare già da settembre al Consiglio di Amministrazione e al Rettore, è l’attuale situazione di sofferenza in cui versa il personale tecnico amministrativo dell’ateneo.
I motivi, in estrema sintesi, sono: stipendi per quasi tutti al limite della soglia di povertà, sempre maggiori difficoltà nella gestione della giornata dovute alla continua riduzione dei servizi sociali sul territorio e al peggioramento dei servizi di trasporto, organizzazione del lavoro spesso inadeguata, a volte mortificante, gestione discrezionale di alcuni diritti (si veda, per esempio, la mobilità interna).
Il contratto d’Ateneo dovrebbe, nei limiti del possibile, dare una risposta alle esigenze dei lavoratori contenute nella piattaforma approvata dalle assemblee.
Lo stato di sofferenza, peraltro, è ben rappresentato da un fatto sempre più evidente agli occhi di tutti (ma negato o minimizzato dall’amministrazione): la crescita dei trasferimenti verso altri enti o altre sedi. L’amministrazione, negli ultimi anni, ha sempre cercato di disincentivare i trasferimenti, ma il fenomeno non ha smesso di crescere. Si tratta di uno dei tanti problemi ai quali un buon contratto di ateneo potrebbe fornire una risposta positiva.
Invece abbiamo dovuto constatare che l’ottica con cui l’Amministrazione si è seduta al tavolo delle trattative è completamente diversa.
Lo stato di sofferenza non è negato, ma nei fatti rimosso. Sulla parte economica si dice che non ci sono risorse. Inoltre ci si trincera dietro problemi sì reali (i vincoli previsti dalla finanziaria, i vincoli di legge), ma per negare in partenza la possibilità di fornire quell’adeguamento di potere d’acquisto di cui i lavoratori hanno assolutamente bisogno. Noi crediamo che dei margini per integrare lo stipendio in modo non puramente simbolico ci siano, ma, anche se ci sbagliassimo, ci permettiamo di ricordare che davanti a stringenti vincoli di legge che penalizzavano il personale docente si è giunti addirittura alle dimissioni di alcuni rettori (tra i quali il nostro). Gradiremmo poter apprezzare tanta determinazione anche per cercare di superare vincoli reali e presunti che bloccano gli adeguamenti economici per il personale tecnico amministrativo.
Sull’orario (ma immaginiamo che la logica sia uguale per tutti gli argomenti) l’impostazione è la seguente: deve esserci uno scambio tra una maggiore flessibilità per i lavoratori e un aumento dei servizi al pubblico (che si traduce…in una minore flessibilità per i lavoratori!). Per esempio alla richiesta della pausa minima di mezz’ora l’amministrazione ha risposto (letterale): ‘’I lavoratori ci guadagnano 15 minuti di riposo compensativo, e l’amministrazione che cosa ci guadagna? Noi vi chiediamo di individuare l’ora in cui volete fare la pausa, in modo da aumentare i servizi forniti’’.
E’ una logica inaccettabile. I servizi si aumentano solo ASSUMENDO NUOVO PERSONALE. In questi ultimi anni i lavoratori hanno dovuto farsi carico di una riorganizzazione dell’università che ha visto, tra l’altro, l’esplosione del numero di corsi di laurea, master, ecc. (quella che chiamano ‘’offerta formativa’’). I servizi (almeno quantitativamente) sono aumentati, e così i carichi di lavoro. Sono inoltre peggiorate in tutti i sensi le condizioni lavorative perchè al sovraccarico di lavoro si sono aggiunti una riduzione degli spazi, con personale spesso costretto a lavorare in condizioni estremamente scomode e trasferimenti di strutture o l’apertura di nuove in luoghi difficili da raggiungere.
In compenso il potere d’acquisto dei salari è diminuito notevolmente: che cosa ci chiedono ancora?
Si potrebbe dire che l’amministrazione fa il suo mestiere: cerca di strappare il più possibile in sede di trattativa. Lo fa in modo formalmente corretto e sostanzialmente arrogante. Ma purtroppo non è nemmeno così. All’inizio ci è stata imposta una discussione preliminare su un protocollo sulle relazioni sindacali di cui noi non sentivamo alcuna esigenza. Lo scopo era: ingabbiare la trattativa definendo minuziosamente su che cosa era legittimo trattare e su cosa no (ovviamente secondo l’interpretazione dell’amministrazione). La RSU, essendo interessata a svolgere una trattativa reale, ha cercato di arrivare alla definizione di un testo che garantisse entrambe le parti (cioè noi ci impegnavamo a non pretendere una trattativa su argomenti che, da contratto, sono chiaramente prerogative dell’amministrazione, ma senza definire a priori una lista di argomenti). Una volta sottoscritto il protocollo (e perso un mese di tempo), l’amministrazione ha continuato con un atteggiamento, diciamo con un eufemismo, ‘’non particolarmente positivo’’: riunioni rinviate (a volte senza neppure menzionare il fatto che si trattava di un rinvio dovuto a problemi loro), proposte consegnate il giorno stesso della trattativa, verbali dei precedenti incontri inviati con forte ritardo. Questa è forma, ma anche sostanza.
Dal punto di vista sostanziale c’è una bella differenza tra il cercare di strappare condizioni più favorevoli agli interessi che si rappresentano (ci sarebbe da discutere sugli interessi che l’amministrazione dovrebbe rappresentare…) e alternare un rifiuto a trattare (come sul ticket) a proposte peggiorative (come sul salario e sull’orario).
Questa amministrazione, del resto, sta mostrando di nutrire l’illusione di poter aumentare i servizi (cosa che persegue in modo ossessivo probabilmente per mostrare subito un bel fiore all’occhiello agli ‘’utenti’’, cioè i poveri studenti) a scapito del personale. Questo è dimostrato dalla proposta di apertura pomeridiana delle segreterie, che vede la contrarietà dei lavoratori interessati e della capo divisione. Il rifiuto non è pregiudiziale: sono ormai diversi anni che l’amministrazione insiste sull’argomento e i lavoratori spiegano pazientemente quali sono gli ostacoli che rendono impossibile questa scelta.
Recentemente l’amministrazione è tornata alla carica dicendo che non è più possibile ignorare le richieste degli studenti: si deve aprire per forza e la trattativa è solo su come farlo. Tuttavia tanta determinazione si è finora scontrata con argomenti inoppugnabili legati soprattutto alla funzionalità del servizio, e da un paio di mesi si è ritornati alla consueta situazione di stallo.
L’università è cambiata negli ultimi anni. E’ cambiata in peggio per molti versi. Molti si trovano a lavorare in condizioni peggiori, per un salario che vale sempre di meno. Molti colleghi giovani sono precari: entrano con un contratto annuale, poi vengono riconfermati per un biennio e poi, se ci sono le risorse, possono accedere al concorso a tempo indeterminato. Una lunga prova di 3 anni, nei quali la loro ricattabilità è massima. Altri sono sottoinquadrati (e fa tanto comodo avere dei laureati sottoinquadrati a cui chiedere anche mansioni superiori).
Dobbiamo invertire la tendenza. Abbiamo provato a farlo con una trattativa basata sui punti di una piattaforma discussa e approvata dai lavoratori. Lo faremo oggi, vista la rottura delle trattative, col conflitto. Con un conflitto, se necessario, duro, volto a rimuovere gli ostacoli che l’amministrazione continua a metterci davanti, e che abbiamo provato a spiegare con questo documento.
Dobbiamo trasformare le nostre insoddisfazioni, la nostra frustrazione, la nostra rabbia, in forme di lotta che producano dei risultati a vantaggio di tutti noi. Ne va del nostro futuro. E’ in discussione senza dubbio la possibilità di adeguare, almeno parzialmente, il nostro salario, ma anche qualcosa di più: se nei prossimi anni in università ci sarà una massa manovrabile di lavoratori, che possono ‘’fare carriera’’, o fare una progressione orizzontale, o semplicemente spostarsi all’interno dell’ateneo, solo se piacciono all’amministrazione, o se ci saranno dei lavoratori con dei diritti e con la capacità di farli valere.
Questa è la posta in gioco, e per questo la risposta deve arrivare da tutti noi.
Milano 31 marzo 2006
RSU di Ateneo